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Sedersi a tavola con il proprio bambino, proporgli i primi assaggi, introdurgli nuovi sapori e nuove abitudini può essere un momento entusiasmante per tutta la famiglia. Per il bimbo è un’avventura unica, ad ogni boccone si sprigionano sinfonie di sapori, odori, consistenze, e avere accanto i genitori dona la fiducia per la scoperta. Giorno dopo giorno, a passi lenti e graduali, il bambino inizia ad apprezzare i sapori e il momento rituale del mangiare insieme.
Lo svezzamento non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso che, nel rispetto dei tempi e dei modi del bambino, introdurrà il piacere della scoperta, del sapore, della cucina e della relazione con il mondo. Quali sono i tempi e i modi per introdurre nuovi alimenti nella vita dei bambini?
Alcuni elementi segnalano che il bambino è pronto a conoscere nuove tipologie di cibo:

la capacità di stare seduto (atteggiamento postulare corretto per deglutire i cibi solidi);
l’interesse manifesto per il cibo, con coordinazione mano-bocca;
la perdita del riflesso di profusione della lingua (accetta il cucchiaino, tiene in bocca il cibo e non lo sputa).

Altri segnali possono essere:

la dentizione;
il bambino gioca a “prendere l’oggetto e farlo cadere”.

Questi segnali vanno valutati con attenzione, senza fretta e senza anticipare i tempi. Nella nostra società, in cui vige la tendenza a primeggiare e a desiderare dei figli “vincenti”, si cercano spesso di anticipare i tempi del bambino, che deve iniziare presto a mangiare, a essere indipendente, a camminare. La nostra società si aspetta che i bambini siano svezzati rapidamente: gli sguardi si fanno giudicanti di fronte a lattanti “grandi”, che succhiano al seno a 1 o 2 anni. Lo stesso termine “svezzamento” mostra nella sua etimologia il riferimento a “togliere un vezzo”, “togliere un vizio”, connotando il rapporto esclusivo madre-bambino di un aspetto negativo (il “vizio” non è l’atto del succhiare, poiché bambini di 3 o 4 anni che utilizzano il biberon sono diffusi e socialmente accettati). Le spinte sociali portano le famiglie a insistere sulla separazione, anziché ad aprire la relazione al mondo esterno, rappresentato dopo i 6-7 mesi dal cibo.
Rispettare i tempi del bambino permetterà invece un incontro sereno con ciò che è altro da sé: il momento dello svezzamento, quando avviene spontaneamente nei tempi e con i modi giusti, segnala una crescita importante del bambino che, dopo aver mostrato per diverso tempo curiosità verso il cibo, inizia a mangiarlo, cominciando a riconoscersi come individuo separato dalla madre e ad andare incontro al mondo esterno.
Le paure che spingono ad uno svezzamento precoce sono di solito il timore di “viziare” il bambino, che secondo la vulgata comune non si “staccherà” più dal seno materno, e la convinzione che il proprio latte non sia più sufficiente. L’esperienza mostra come rispettare i tempi del singolo bambino porti al desiderio di scoperta e al “superamento” naturale della dipendenza dal solo latte, mentre sono spesso i tentativi precoci a generare nel bambino eccessive insicurezze o dipendenze. Il secondo punto, invece, può essere confutato dall’osservazione delle curve di crescita: le necessità di crescita del bambino dopo i 6 mesi (circa) iniziano a diminuire e può essere introdotto un cibo meno calorico.
Già cambiando i termini che utilizziamo possiamo spostare la nostra attenzione da un concetto all’altro: perché non parlare di “alimentazione complementare” anziché “svezzamento”, smettendo di sottintendere che il latte materno sia un vizio alimentare?