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Tra le donne accusate dal Malleus Maleficarum, testo cardine dell’Inquisizione, troviamo le mammane, le ostetriche di paese, accusate di praticare la stregoneria, consigliare la contraccezione, uccidere i bambini, essere nemiche della fede.
La figura della mammana ha sempre rivestito un ruolo di rilievo in ogni società: accompagnare la vita che nasce significa intrecciare le proprie azioni alla prima delle magie conosciute, far venire alla luce nuovi esseri umani. Per millenni la spiritualità si è sviluppata attorno a figure di donne gravide, feconde, in grado di generare la vita; competenza prettamente femminile che ha progressivamente perso la sua sacralità divenendo anzi causa di vergogna e di senso del peccato (fino a pochi decenni fa nelle valli trentine la gravidanza andava nascosta perché immorale e dopo il parto la donna doveva ricevere una benedizione dal sacerdote perché intrisa di peccato).
Le mammane hanno sviluppato le proprie competenze nell’accompagnare le donne nella dimensione sessuale della vita attraverso il ricorso ad erbe medicinali, consigliate per favorire o per sfavorire la gravidanza, per agevolare il parto e per vivere serenamente il post-partum. La contraccezione era una delle tematiche su cui le mammane erano riconosciute come competenti: evitare un numero eccessivo di gravidanze poteva essere fondamentale per la donna per mantenersi in buona salute e per riuscire a garantire una vita dignitosa ai propri figli. Tale tematica rendeva le mammane fondamentali anche per accompagnare le donne nell’interrompere gravidanze non desiderate o per evitare che sulle famiglie, e quindi sull’intera comunità, pesasse la nascita di bambini non sani. Al contempo l’aiuto della mammana era importante anche in caso di sterilità, innumerevoli erano le erbe suggerite alla donna per favorire il concepimento. Tra le competenze maggiormente riconosciute alle ostetriche di paese – che erano donne con figli, che lavoravano nei campi alla pari di tutte le altre donne, che avevano accompagnato la propria madre per anni per apprendere l’arte ostetrica – c’era l’assistenza nel momento del parto: attraverso secoli di utilizzo di rimedi empirici si sviluppò il ricorso ad erbe specifiche e a posizioni particolari per agevolare il travaglio, il parto, la salute della partoriente, evitando emorragie e sostenendo un recupero fisico ed emotivo efficace della donna. Un’attenzione particolare rivestiva anche il momento del dopo parto, durante il quale la donna era monitorata e a cui venivano consigliati rimedi specifici in caso di depressione post-parto.
Per evitare che le mammane godessero di un’autonomia priva di controllo il clero trentino, a partire dal ‘500, cercò di legare a sé le ostetriche, permettendo solo alle mammane moralmente più integre di poter battezzare i bambini che nascevano con problematiche così evidenti che ne avrebbero compromesso lo sviluppo e la vita. I bambini che nascevano morti o che morivano entro poche ore dalla nascita erano destinati a non conoscere le virtù del Paradiso: per questo si erano sviluppati pellegrinaggi importanti presso alcune statue della Madonna in grado, secondo il sentire popolare, di ridare la vita ai neonati per i pochi minuti necessari a ricevere il sacramento del battesimo e di salvare in tal modo la loro anima innocente. Il clero iniziò dunque ad attestare la moralità delle mammane (che periodicamente dovevano incontrarsi con il parroco del paese, che attribuiva il “certificato di buoni costumi” e ne confermava la presenza ai sacramenti) e a formarle per poter battezzare (secondo quanto definito nelle Istruzioni per le mammane della diocesi di Trento): alla levatrice si richiese di diffondere comportamenti morali e al contempo iniziò ad essere riconosciuta una gerarchia maschile a cui sottostare. La mammana, che da sempre sosteneva le altre donne in una dimensione di condivisione e solidarietà femminile, dal ‘600 iniziò ad approcciare alla propria funzione con una forma di deontologia professionale che dava crescente valore alla vita del bambino, a scapito però dell’alleanza con la neomadre.
La regolamentazione da parte della Chiesa è stata il presupposto del successivo controllo sanitario, che sancì la superiorità del chirurgo ostetrico. Le mammane dovettero frequentare appositi corsi professionali condotti da docenti maschi per poter operare e dovettero studiare su testi che le definivano “rozze, ignoranti, superstiziose, incapaci di studiare” (come riportato nell’introduzione del manuale redatto da Pastorello, che insegnava presso l’Istituto alle Laste di Trento, edito nel 1843 e distribuito gratuitamente in Trentino). La subordinazione della mammana al medico divenne progressiva e profonda. All’ostetrica di paese venne inoltre vietato di somministrare rimedi: nel 1743 un proclama vescovile vietava alla mammana di dare medicamenti per bocca; dal 1793 le venne vietato di preparare qualunque rimedio medicamentoso.
Questo percorso di perdita di autonomia della mammana cambiò in modo definitivo la cultura popolare del parto e fece cadere la fiducia nella donna, sia in sé e nelle proprie capacità intrinseche di saper partorire, che nell’altra, in chi sapeva accompagnare valorizzando le risorse della partoriente, consigliando posizioni e rimedi per vivere al meglio il momento del parto (e non solo). Una storia di perdita progressiva di fiducia e di alleanza del femminile, a cui oggi possiamo fare fronte approfondendo in modo sempre più rigoroso le capacità della donna di generare la vita e di dare alla luce figli e progetti, tessendo le trame per una società collaborativa, cooperativa e sostenente.