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Se la gravidanza è una soglia tra natura e cultura, la maternità è un ponte tra singolarità ed etica. Una donna si trova dunque, per gli avvenimenti della sua vita, alle cerniere della socialità, garanzia e minaccia per la sua perennità.

Julia Kristeva

La gravidanza e il parto rappresentano momenti unici nella vita di una donna. Momenti di passaggio, liminali, che permettono di trasformare le propria identità e di aprirsi profondamente al fluire della vita. La gravidanza può permettere alla donna di prendersi il tempo per ascoltarsi, per nutrirsi, per circondarsi di bellezza, per rafforzare i legami di sorellanza che la uniscono alle altre donne, uscendo dal ritmo frenetico e caotico che caratterizza la società contemporanea. I mesi della gravidanza e il momento del parto rappresentano un’esperienza che permette alla donna di sperimentare la propria forza e la propria energia creatrice, penetrando in profondità nelle potenzialità insite nel potere femminile.
Al contempo gli eventi legati alla maternità possono far emergere segnali di nodi non risolti e problematiche che suggeriscono alla donna di intraprendere percorsi specifici per affrontare tali questioni, valorizzando il potenziale trasformativo insito nelle esperienze della gravidanza, del parto e del post-parto.
La gravidanza e il parto sono però intrisi di proiezioni radicate nei secoli e di atteggiamenti culturali che hanno definito le convinzioni sociali relative al ruolo e alle capacità della donna. Tutto ciò che riguarda il ciclo della sessualità femminile è stato taciuto e censurato per secoli, se non trattato come impuro e insano. Nella dimensione prettamente femminile della riproduzione e della maternità, almeno per quanto riguarda la storia europea, si sono quasi sempre inseriti gli uomini, giudicando, colpevolizzando, riducendo la donna al suo essere ventre o, più di recente, guidando i processi naturali con interventi medici.
In tutte le culture e le epoche il parto può essere considerato un momento di sintesi della condizione femminile: il rapporto con il proprio corpo, con il proprio uomo e figlio, con la propria madre e le altre donne, con la propria istintualità e libertà di espressione, con l’essere protagonista del parto o essere invece succube di decisioni altrui. Oggi possiamo assistere alla condizione ambivalente e contraddittoria della donna, detentrice del grande potere di generare ma costretta troppo spesso a ridurre a pratica medica una delle esperienze più intense e profonde della vita, anche su sua richiesta. Il meccanismo di controllo sociale e la sottomissione dell’energia creatrice della donna avvengono attraverso l’istituzionalizzazione del processo della nascita – seguendo la logica di Foucault – operata attraverso la diffusione dell’idea che il parto vada sostenuto con l’intervento medico, che la donna sia incapace di gestirlo, che il processo sia pericoloso e troppo doloroso, che il rischio di mortalità sia troppo alto e che solo il sapere del medico possa consentire di partorire in modo sicuro. La donna è stata quindi progressivamente spodestata della propria autonomia e della propria competenza.
Tale approccio, radicatosi nel corso degli ultimi secoli, ha determinato nella donna un senso di insicurezza e di mancanza di fiducia nelle proprie competenze innate, oltre al consolidarsi di disagi psicoemotivi che portano a temere il parto e che ne negano la naturalezza. La tecnologizzazione e la medicalizzazione del parto hanno determinato in realtà il sorgere di difficoltà nell’andamento generale del parto, e l’intervento medico ha iniziato a sviluppare risposte a problemi derivanti spesso da meccanismi indotti proprio dalla mancata conduzione naturale dell’evento parto. Il riferimento dei sostenitori della medicalizzazione del parto alla diminuita mortalità di donne e neonati, in parte reale se riferito ad epoche passate, oggi non è più valido, e non tiene tra l’altro conto del fatto che ogni mortalità diffusa dipende in gran parte da fattori sociali e ambientali (igiene, educazione sanitaria, controlli in gravidanza, ecc.). È interessante notare come al processo di istituzionalizzazione della nascita sia corrisposto un medesimo processo di istituzionalizzazione del momento della morte, non più vissuta tra le pareti domestiche, ma nella stanza di un ospedale. La vita dell’uomo perde il contatto con la naturalezza degli eventi che ne tratteggiano i confini, delegando ad estranei ritenuti esperti il compito di gestire e di far vivere tali momenti di passaggio. L’attuale società tende a voler rimuovere tutti gli eventi legati al dolore, separandoli dalla vita quotidiana. Il dolore non deve turbare la vita sociale, e va rinchiuso nel luogo deputato ad accoglierlo: l’ospedale per morire, per essere malati, e anche per partorire. Un luogo che fa però vivere in solitudine, al di fuori del naturale progredire della propria vita, rendendo più facile l’abbandono della propria identità e consapevolezza, e consentendo ad altri di sostituirsi nella lettura di ciò che ci accade e nelle risposte da dare alle trasformazioni in atto. E la parola dolore è indissolubilmente legata al momento del parto, essendo penetrata da millenni nella memoria collettiva. Il dolore è in realtà un fatto intrinsecamente culturale, e relativamente al parto apre a molte possibili interpretazioni. Ma chiunque affronti il tema del parto si trova inevitabilmente a pensare al dolore e alla sua intensità invalidante. Negli ultimi anni si sono affermati studi che legano il dolore provato durante il parto con la tensione e la paura, e si sono sviluppati innumerevoli approcci che agiscono proprio sull’eliminazione del timore e della paura, aprendo invece alla fiducia e all’abbandono. Un elemento importante è quello di preparare la donna, di informarla su ciò che accadrà nelle diverse fasi, oltre al sostegno attivo affinché la partoriente riesca ad abbandonarsi e a fidarsi delle innate capacità del proprio corpo.
Nel parto entrano però in gioco anche paure ancestrali, legate all’ignoto, alla separazione, alla morte, alla morte di una parte di sé, alla mancanza di controllo razionale su ciò che accade. Il processo del parto mette in moto connessioni con le parti più intime e profonde del sé, e sono molti i fattori che contribuiscono a viverne gli sviluppi e le capacità trasformative in modo aperto o attraverso un meccanismo di rifiuto e chiusura.
Le proiezioni della donna relativamente al parto sono determinate dalla cultura di appartenenza e dalla sua formazione psico-sociale, ma al momento del parto risulta centrale il clima di fiducia o sfiducia che circonda la donna: da sempre il parto ha avuto un aspetto rituale, femminile, che oggi si concretizza nella presenza delle ostetriche, la cui capacità di esserci e di costruire una relazione sincera e positiva può avere ampie implicazioni nella modalità di conduzione del travaglio e del parto. Anche la figura del partner, elemento maschile che ha fatto recentemente il suo ingresso sulla scena del parto, può rappresentare un sostegno importante nel consentire alla donna di abbandonarsi alle energie che determinano la nascita del bambino, riuscendo a sentirsi libera di vivere e di riconoscere il proprio dolore, di assumere le posizioni che ritiene più adatte, di cantare o tacere, sentendosi accudita e amata nel momento in cui viaggia attraverso se stessa, incontrando i propri limiti e facendo esperienza della propria forza e potenza. Le emozioni legate al parto non vanno controllate, ma vanno espresse nella loro intensità, in una dimensione di libertà intimamente connessa con l’espressione incontrollabile tipica del piacere sessuale.
Accoppiamento, parto e allattamento hanno in comune profonde analogie fisiologiche, sono regolati dai medesimi ormoni, e se vissuti in modo consapevole e in condizioni ottimali possono costituire un’esperienza estatica di profonda trasformazione. Il corpo della donna è dunque fisiologicamente predisposto per vivere con il parto un’esperienza di estasi, il cui riferimento più immediato e facile da comprendere è quello dell’apice dell’atto sessuale, se l’esperienza avviene in un ambiente intimo, caldo, intriso di fiducia e aperto ad una conduzione del travaglio in cui la partoriente è la vera protagonista. Il parto richiede alla donna di affidarsi al proprio istinto, lasciando silente la parte razionale del cervello, di più recente evoluzione. Purtroppo anche la dimensione sessuale, di cui il parto è espressione, è vissuta spesso attraverso emozioni di vergogna e senso di colpa, a seguito di secoli di chiusura e manifesta repressione. La sessualità, che comprende anche la dimensione del parto, permette di esprimere con forza le proprie potenzialità creatrici, e per questo è stata a lungo sottoposta a regole e giudizi severi. La relazione con il corpo e la libertà nel manifestare le sensazioni che si sperimentano sono dunque elementi centrali nella conduzione della gravidanza e nella dinamica del parto.